Meshallám: ecco come Gesù attestò di aver saldato il nostro debito
La parola tradotta con “Tutto è compiuto” fu in realtà la formalizzazione di un pagamento
È ricorrente l’adagio “tradurre è un po’ tradire”. I due verbi hanno la medesima radice consonantica, ma è ancor di più significativo il fatto che una traduzione non riesce mai a rendere completamente il senso emotivo e sostanziale. Le differenze linguistiche, culturali e storiche trasformano in modo spesso evidente i significati.
Nel caso dell’ultima parola pronunciata da Gesù sulla Croce, abbiamo riscontro pieno di questa tesi. Secondo quanto ci tramanda il Vangelo, il Cristo pronunciò la frase: “Tutto è compiuto”. Il richiamo è immediato al “compimento”, ovvero alla risposta obbediente alla volontà del Padre, e anche alla complementarietà del Primo e Secondo Testamento.
In realtà la parola di Gesù fu una sola, come ci riporta il testo originale in Greco del Vangelo: tetélestai (τετέλεσται). Questo era il termine con il quale si sanciva formalmente il pagamento di un debito, e trova riscontro nel termine aramaico Meshallám (מְשַׁלַּם).
Gesù, con una sola parola, dunque, seppur allo stremo delle forze, e prima di lanciare un urlo che stupì chi come i legionari romani erano abituati ad assistere alle crocifissioni, disse che aveva compiuto la volontà del Padre, dato significato all’Antico Testamento, pagato il debito verso Dio contratto dagli uomini nel passato anche per il futuro.
Non dobbiamo meravigliarci di questo: il linguaggio di Dio è perfetto e supera ogni nostra aspettativa e capacità.


