Il senso sostanziale dei termini nella Sacra Scrittura: cosa significa “peccare”?
Le parole della Bibbia esprimono tutte un concetto profondo che vale per ogni epoca
Come ben sappiamo ogni parola scritta nella Bibbia, e addirittura ogni lettera che le compone, esprimono dei significati concettuali profondi, tanto da costringere gli studiosi ad analizzare e “pesare” ogni accezione. Le tensioni che ogni termine esprime in una certa epoca, non sempre vengono tradotte con la stessa intensità in una lingua diversa. Questo divario si accentua quando i tempi tra redattore, e lettore sono distanti. Si percepisce dunque un significato di base, che quasi sempre però, perde la profondità e resta superficiale.
Questa condizione abbraccia tutti i libri della Bibbia, anche per l’incapacità insuperabile di poter rendere quanto una cultura antica vorrebbe attribuire alle parole, e quanto le stesse hanno significato attraverso i tempi.
Quando ciò si verifica in termini fondanti della Fede, la questione diviene acuta e merita delle riflessioni. Prendiamo ad esempio il verbo “peccare” e il suo significato trasmesso nel sostantivo “peccato”.
Per la nostra lingua l’etimologia risale al latino peccatum, che però va a tradurre il termine greco àmartìas (ἁμαρτίας), al quale si attribuiva un significato più ampio rispetto ad oggi: non voleva solo definire l’errore, ma piuttosto il “mancare il bersaglio”. Àmartìas esprimeva esattamente il concetto che i redattori ebrei volevano trasmettere, e ovviamente anche ciò che hanno voluto dire i redattori neo-testamentari. Anche perché il termine attah (חַטָּאת = peccato), vuol proprio dire “mancare il bersaglio”.
Questa analisi linguistica apre un discorso enormemente ampio. Dopo oltre 2000 anni di interpretazione in senso morale, e purtroppo in qualche caso anche moralistico, il “peccato” ha perso la sua piena accezione ed è diventato qualcosa di diverso in relazione anche alla percezione umana.
Chi pecca viene sistematicamente condannato senza ammettere indulgenza. Ma se pensiamo al peccato come un mancare il bersaglio, affiora l’aspetto della debolezza umana, alla quale tutti sottostiamo, e che ammette la possibilità di errore.
Ecco dunque emergere l’aspetto sostanziale, il quale si riferisce alla misericordia e alla correzione. Davanti al peccato, seppure si tratti di debolezza, non si deve stare in silenzio, ma non si deve neppure pontificare o ergersi a giudici inopportuni. La correzione non è un’opzione, ma un dovere di ogni Cristiano, il quale deve intervenire se vede un fratello mancare il bersaglio.
Il punto focale si sposta poi sui modi di intervento. Abbiamo la consapevolezza che tutti siamo inclini all’errore, e tanto più a mancare il bersaglio. Il nostro intervento deve essere dunque costruttivo e rispettoso, fermo ma dolce, irremovibile ma misericordioso. A nessuno piace essere ripresi nelle nostre mancanze, ma la vita ci insegna che “c’è modo e modo”. Gesù, nel Vangelo, ci indica in modo chiaro tutte le modalità. E se seguiamo il “modo” consigliato dal Cristo, siamo certi di non sbagliare”.


