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Istruzioni di Salvezza: «Non chi dice Signore, Signore…»

Avvertimento di cui non coglieremo mai abbastanza la profondità

Ci sono frasi che ripetono sistematicamente alcuni concetti fondamentali, e il fatto che Gesù, la cui parola è Legge di Dio, le ripeta, deve allertare la nostra attenzione.

L’accusa all’ipocrisia farisaica è stata declinata in molte pagine del Vangelo, anche dove siamo distratti dalle vicende umane che le Parabole narrano.

È il caso del racconto del re che prepara e invita ad un banchetto per le nozze di suo figlio. In questa vicenda siamo soliti concentrarsi sull’aspetto superficiale e umano, e al massimo scorgiamo lo scarso rispetto degli invitati nei confronti del sovrano. Addirittura ci si potrebbe chiedere perché l’invitato che non era vestito adeguatamente venga cacciato e punito, dopo essere stato raccolto per strada.

Dobbiamo però soffermarci sulla sostanza. Innanzitutto il re prepara il banchetto per suo FIGLIO, e questo già dovrebbe farci capire l’analogia inter-trinitaria. Ma ancor di più meritano la nostra attenzione altre accezioni.

Per sostituire gli invitati che non hanno compreso l’importanza della festa, vengono chiamati tutti coloro che non si aspettavano di essere chiamati (e qui si deve cogliere l’universalità – cattolicità – della Chiesa), ma senza distinzione di ordine morale. Infatti il brano sottolinea che furono chiamati sia i buoni che i cattivi. Ma anche tra coloro che sono stati invitati in questo modo, c’è da fare una distinzione: l’abito.

Si tratta evidentemente di un abito non materiale, che serve alla Parabola per significare la predisposizione e la capacità di essere sempre pronti. Questo abito simboleggia quanto noi coltiviamo in noi l’amore di Dio osservando le sue parole.

La frequenza alla Santa Messa, che è memoriale dell’evento salvifico, le preghiere, ma soprattutto la nostra predisposizione verso i fratelli, sono la cosa che realmente farà la differenza. La presenza alla Santa Messa e le preghiere, poi, non devono essere specchio di una devozione vuota e insignificante, ma espressione del nostro animo e del nostro sentimento.

Gesù ci fa capire che per essere degni di partecipare alla mensa definitiva, dobbiamo essergli stati vicini anche attraverso l’amore verso il prossimo, in una coerenza di vita e non solo di apparenza.

Ecco, allora, che le dure parole: «Non chi dice Signore, Signore…» prendono una forma che diviene istruzione per la Salvezza Eterna: fare la volontà del Padre.

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