Il "fariseismo" ai nostri giorni
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Il “fariseismo” ai nostri giorni

L’equivoco che persiste nei secoli

Nel leggere il Vangelo e soffermandoci sui moniti che Gesù ha lanciato ai Farisei, tutti noi ci sentiamo migliori di loro. In realtà NON essere come i Farisei, non è una cosa “automatica”, ma implica e richiede un impegno concreto, fattivo e anche intellettuale.

I Farisei erano convinti che bastasse rispettare le regole formali della religione, nonché essere “figli di Abramo”, per sentirsi “giusti”. Anzi, come a volte facciamo noi credenti praticanti, spesso disprezzavano chi si comportava diversamente, elevando sé stessi ad un livello etico maggiore e a una condizione di privilegio innanzi a Dio.

In realtà Gesù, nel commentare la parabola del Fariseo che si compiaceva e del Pubblicano che si accusava, ci fa comprendere che quella interpretazione della Fede è sbagliata.

Il privilegio di essere “figli di Abramo”, corrisponde al nostro sentirci “giusti” perché andiamo in Chiesa e recitiamo, magari anche distrattamente, le formule delle preghiere.

Un’altra indicazione importante la traiamo dal Vangelo di Matteo (3,1-12), in cui si descrive l’urgenza con la quale il Battista chiama alla conversione. A Scribi e Farisei, Giovanni il Battista si rivolge con parole dure, li chiama “razza di vipere” che credono di sfuggire alla “ira imminente”. Un appello alla conversione, che deve avvenire il più presto possibile.

Dio, ci ripete il Battista, può generare figli di Abramo anche dalle pietre. Se volesse dei “burattini” che ripetono formule senza trasformare queste in fatti, avrebbe creato dei robot!

La conversione è dunque urgente, anche se non sappiamo quando sarà la fine dei tempi, perché non è mai troppo presto per vivere, anche su questa terra, nella sequela del Cristo.

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