Hybris: la superbia che vìola l’ordine divino e quello umano
Il peccato originale consiste nel non riconoscere i limiti umani
I capitoli da 2,4 e tutto il 3 della Genesi hanno un’importanza fondamentale non solo perché narrano le vicende legate al peccato originale, ma anche perché ce ne spiegano significato e conseguenze.
Si tratta di un insieme di brani che gli studiosi tendono a ritenere riportanti indicazioni più antiche rispetto al capitolo 1, in quanto fatte risalire alla tradizione orale jahwista, la quale sarebbe stata patrimonio della parte di Ebrei che rimase nell’attuale Israele al tempo della deportazione babilonese nel VI secolo a.C. Il capitolo 1 è detto infatti di tradizione sacerdotale o elohista, riferendosi ad un’elaborazione di origine post esilica. E ciò nonostante la stesura materiale dei testi sia stata coeva.
Con il termine hybris (ὕβρις), in lingua greca antica, si esprime un concetto ben dettagliato, che tradurre semplicemente con “superbia” risulta abbastanza riduttivo. È infatti un termine che risulta centrale nella tragedia e nella letteratura greca, frutto di una cultura che riteneva il rispetto dei propri limiti una virtù fondamentale. Indica in modo più specifico la tracotanza, la prevaricazione e l’eccesso.
Con la disobbedienza dell’ordine divino di non cibarsi del frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male, l’uomo ha scelto di non accontentarsi del proprio libero arbitrio in una condizione di solo bene, ma ha ceduto alla tentazione di poter essere pienamente in grado di discernere nell’ambito di questa conoscenza. La sua hybris lo ha indotto a credere di poter essere come Dio.
Non a caso questo capitolo di tradizione jahwista è letto in chiave antropologica, in cui l’uomo, è particolarmente al centro del creato. Questa lettura ci viene suggerita anche dalla cronologia della creazione che troviamo nel capitolo 2, in cui l’uomo viene creato prima degli animali, i quali vennero poi condotti da lui affinché desse loro il nome.
È dunque la hybris che ha fatto scegliere all’uomo di mangiare il frutto della conoscenza del bene e del male, e che ha causato la corruzione che deriva da questo primo peccato. Fino ad allora l’uomo era comunque libero di scegliere e l’universo creato attorno a lui era a sua disposizione: poteva usufruirne senza timore di peccare, in quanto, senza dover discernere fra bene e male, il peccato non esisteva.
In questa ottica si comprende anche la valenza del Battesimo strettamente legato alle conseguenze del peccato originale, e più specificatamente del significato del Battesimo dei neonati.
Gesù, pur senza peccato, ha voluto essere battezzato per indicare la necessarietà (termine qui utilizzato anche per la sua valenza in campo giuridico) e indispensabilità del Battesimo per tutte le creature. Nel brano che narra il battesimo di Gesù leggiamo che egli uscì “subito” dalle acque del Giordano, mentre tutti gli altri, prima di affacciarsi all’altra riva, confessavano i propri peccati.
Il Battesimo compensa le colpe del peccato originale, pur non cancellandone gli effetti, e mette dunque in condizione chi lo riceve di salvarsi per la via ordinaria. Gesù ce lo indica con i fatti, sebbene non ne avesse bisogno.
Ciò risponde anche alle superficiali risposte di coloro che ritengono di far scegliere ai figli se farsi battezzare o meno. Il Battesimo è come il sostentamento quotidiano per l’uomo, e di conseguenza, come i genitori scelgono di nutrire i figli, così, se sono credenti, devono provvedere a questa necessità fondamentale. Il libero arbitrio del nascituro resterà comunque intatto, in quanto da grande potrà scegliere se proseguire sulla via della fede o meno, e dunque di scegliere tra la via ordinaria o sperare in quella straordinaria. Di fatto anche quest’ultima è una scelta fra il Bene e il Male.
Nella cultura ellenistica tracotanza, superbia, smisurata considerazione di sé stessi, unite all’eccesso, assumono valore altamente negativo anche in chiave etica e morale. Noi occidentali dovremmo considerare attentamente questi concetti, i quali costituiscono le basi del nostro pensiero e della nostra cultura.


